lettera g - Tarsia dialetto

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G

Fenomeno interessante è la prostesi di “g” all'inizio di una parola che comincia con una vocale (ghieri, ieri; gòj, oggi); è uno sviluppo che non ha che fare con l'etimologia del termine.

Gabbéddhra: gabella, tassa. Da un tardo latino “gabella”, forse dall'arabo “gabala” (contratto, cauzione). Era una concessione ad enfiteusi per la locazione di terreni.

Gàbbo (gabbare): beffa, burla, meraviglia, inganno, pettegolezzo. Dal germanico “gabb”; “mi nni fazz gabb”: me ne faccio meraviglia;“u gabbu piglia 'a jastima no”, la bestemmia non produce nessun effetto mentre il pettegolezzo può lasciare qualsiasi strascico (sembra di sentire Voltaire: calunniate, calunniate, qualcosa resterà); “si v'ù gabbu du vicini, cuorchiti priestu e gazati prima”, se vuoi beffare il vicino, va a letto presto e alzati di buonora; “si tinni fa gabbu, ci vò 'ncappà”, se te ne fai meraviglia, che possa capitare anche a te.

Gàccia: accetta. Dal francese “hache”.

Gacciu: sedano. Dal latino “apium”.

Gaddhra: escrescenza che si forma sui fusti e sui rami delle piante ghiandifere (quercia, leccio, cerro), prodotta da parassiti o da funghi. Nell'uomo, vescicola provocata da scottature. Dal latino “galla”.

Gaddhriàre: essere baldanzoso, insuperbirsi, spadroneggiare. Dal latino “gallus agere” (per assonanza con l'incedere spavaldo del gallo). Ipotesi alternativa, la derivazione dal latino “gallari”, termine usato soltanto da Terenzio Varrone Reatino nel I sec. a. C., per indicare una processione particolare, in onore della dea Cibele, con cerimonie anche violente e caotiche, sacerdoti avanzanti a petto in fuori, baldanzosi e spavaldi. A titolo di curiosità, aggiungo che alcune tracce del culto in onore della dea si ritrovano nel mondo cristiano, come l'albero, di solito un pino, addobbato una volta l'anno, il voto di castità dei sacerdoti, il rito dell'eucarestia (bevevano sangue dedicato alla dea, che moriva e risorgeva).

Gaddhrìna: gallina. Dal latino “gallina”; “parla quannu piscid'a gaddhrina”, cioè non parlare che è meglio. “Assai gaddhrini e picca gova”, tutta questa confusione per un così scarso risultato.

Gaddhrinàru: pollaio, ricovero delle galline. Dal latino “gallinarius”.

Gaddhrinazzu: piccola pianta erbacea, la scorzonera.


Gaddhrinazzu.

Gaddhru: gallo, dal latino “gallus”. Il termine lo si riferisce anche alla parte interna dell'anguria, tagliata a fette, per similitudine con la cresta dell'animale.

Gàddhru fasànu: fagiano. Dal latino “gallus”e dal greco “phasianòs” (Eliano, III° sec d. C.). Riferito anche ad un borioso, che si dà arie, che si mette in mostra.

Gaddhrùnu: burrone, vallone, valle stretta, luogo scosceso e dirupato. Dal latino “vallis”. La curiosità di questo termine consiste nel fatto che , mentre in italiano il suffisso “one” ha valore accrescitivo, in questo caso ha funzione di diminutivo, forse residuo di influenza francese normanna (per esempio, “gatto chat, gattino chatòn”). Altra etimologia potrebbe essere la derivazione spagnola “val de buron” (via stretta e incassata).

Gadéddhra: termine ormai in disuso. Negli anni fra le due guerre, i latifondisti del paese (chiri i Russi, i Renni, i Sivirini), durante il periodo della mietitura, erano soliti reclutare manodopera proveniente dai paesi del Pollino; questi poveri cristi, pur di guadagnare poco rispetto al niente, si accontentavano di ben misere cose: dormivano spesso all'addiaccio e mangiavano una sorta di pane biscottato e indurito simile alle gallette militari. Dal francese “galette”, oppure dal latino “gaudendum” (ma la cosa mi sembra strana, che godessero sotto il sole di luglio). Ma l'ipotesi più probabile potrebbe essere da un latino medievale “gabella”, a sua volta dall'arabo “qabàla” (contratto, garanzia, anche cottimo).

Gàggia (caggia): acacia, in particolare riferita all'acacia farnesiana, con fiori molto profumati. Dal greco “acachìa”.

Gaggiu: pegno, caparra, paga, emolumento. Dal francese “gage”, a sua volta dal germanico “waddi”, affine al latino “vas” (garante). Negli accordi di pace tra popoli in guerra, si era solito dare, come garanzia, ragazzi o donne dell'alta nobiltà; nel caso il trattato non fosse stato rispettato, gli ostaggi sarebbero diventati schiavi.

Gàglia: fenditura stretta, spiraglio, anche natiche. Per sostituzione della prima consonante, dal francese “faillir” (mancare, dividere); oppure dal greco “gangheleion”. "'Ndi gagli", tra le natiche, espressione tra il serio ed il faceto.

Gajarijddhri: Toponimo di località, canalone che sfocia sulla sinistra del Crati; potrebbe derivare dal greco "galàcria" (forte piena di un torrente).

Galapùsu: garbato, cortese, cerimonioso, gentile. Dal francese “galer”, a sua volta  dallo spagnolo “galan”, forse anche dall'arabo “qalian”, con lo stesso significato.

Galàre: vedi “alare”.

Galiùotu: furfante, brigante, uomo furbo (detto anche in senso scherzoso). Dal latino “galea” (galeotto: condannato che remava sulle galee).

Gàmma: gamba. Da un tardo latino “camba”; “'a gammall'aria”, a gambe in aria, rovinosamente; “cà ti vò rupp nà gamma”, che tu possa romperti una gamba.

Gammeddhra: piccolo recipiente di latta, coppa per liquidi. Dal latino "camella" (tazza di legno, vaso).

Gammijddhru: legno divaricato su cui si appendono i maiali uccisi per squartarli in due parti. Dal greco “gampsòtes”, curvatura, divaricazione (Aristotele); “stann'u puorcu 'unni rumpid'u gammijddhru”, quest'anno il maiale ucciso non ha un peso tale da sforzare il sostegno, nel senso che gli affari sono andati male; oppure dal normanno “gambier”.

Gammijddhru.

Gammìtta: solco del terreno in cui far defluire le acque piovane, canale d'irrigazione.  Dall'arabo “ghammit” (solco di prosciugamento). Non credo sia verosimile la derivazione dal latino "cymbala" (piccola barca), fatta da alcuni autori.

Gànga: dente molare. Dal germanico “wango” (guancia). Ma nell'espressione “tena na ganga” (essere irritato, adirato, perdere la pazienza), potrebbe anche derivare dal greco “changalòs” (ganghero, cardine; uscire fuori dai gangheri: perdere la calma); oppure sempre dal greco “gampfelai”, mascella (Erodoto, I° sec. d. C.). Credo sia da scartare l'ipotesi che derivi dal latino “glandula”, o dal greco latino “ganglion” (ghiandola).

Gangàle: mascella, propria del maiale. Stessa etimologia.

Ganguliari: sbraitare, gridare forte. Stessa etimologia.

Gannàcca: incisione circolare di un albero per ritardarne la crescita. Dall'arabo “hannacka”. Indicava, per assonanza, la collana. Termine ormai in disuso.

Gapulu: dal greco "apalòs". Significa tenero, morbido, delicato, molle. Di solito si riferisce ad una parte del corpo, collo, pelle, guance, ma anche ad un comportamento.

Garganéddhra: garganella, bere senza sosta, senza prendere fiato. Derivato dal greco “gargareon”, condotto della gola (Aristotele),  oppure dallo spagnolo “gana” (desiderio ardente).

Garguléu: babbeo, sciocco, persona di nessun valore. Per sostituzione di consonante, potrebbe derivare dal latino “babbuleius”.

Garrafùne (garraffa): recipiente di creta per alimenti liquidi. Dall'arabo “garrapha”.

Garrìjettu: garretto del cavallo. Dal francese antico “garret”(calcagno).

Garzétta: termine ormai in disuso. Era un tipo di basetta maschile. Dal francese “garsette”.

Gattamùscia: persona che, dietro un aspetto mansueto, nasconde un altro carattere; anche persona pigra, senza brio. Dal latino “catta” e da un  tardo latino “muccida”.

Gattara: trappola per topi.


Gattara.

Gattulijàre: solleticare, titillare. Dal francese “chatouiller”.

Gàutu, gàutizza: alto, altezza. Dal latino “altus”.

Gauzàre, gazàre: alzare, sollevare. Dallo spagnolo “hizar”, a sua volta formato dal latino “altius”, comparativo di “altus”. ”A ditta i Carruzzini, gaziti prijst'a matina, u juurnu tocca tocca, và ppì ttì pagà, figl'i puttana cch' tài dunà”: riferita ad una famiglia del paese di manica piuttosto corta nel pagare i propri lavoranti.

Gàvata, gàvita: catino di terracotta per mettere gli alimenti. Dal latino “gabata”, scodella.

Gavitàre: evitare, scostare. Dal latino “evitare” (schivare). In alternativa, sempre dal latino "caveo" (stare in guardia, badare, essere cauto).

Gavuniàre: desidera il montone (della pecora). Vedi “aguniare”.

Ghérru: desolato, misero, abbandonato. Dal greco “èremos” (Ippocrate, V° sec. a. C.).

Gherva: erba, in tutte le sue varietà non specificate.

Ghesci: uscire. Dal latino “ab exire”. Ha molti significati. a) venire fuori da un luogo chiuso ( “ghesci d'a casa”); b) allontanarsi, distaccarsi ( “sugnu ghisciutu i stà cumpagnia”); c) cessare di trovarsi in una determinata situazione ( “si nnè ghisciutu san'e salvu”); d) avere origine (“ghè ghisciutu i nà bbona rrazza”).

Ghìddhru: quello. Dal latino “ille”.

Ghìjeri: ieri. Dal latino “heri”.

Ghinchìre: riempire, versare dentro. Dal greco “encheinòs”, letteralmente  è mettere dentro nel vuoto (termine omerico).

Ghìnti: dentro. Dal latino “intus”, avverbio sia di stato, che di moto a, che di moto da luogo; “sensi illum intus esse”, ho capito che egli è in casa (Marco Tullio Cicerone, I° sec. a. C.); “trasa ghint”, entra in casa.

Giagànte: uomo imponente. Dal francese “jajants”, a sua volta dal latino “gigantes”. I Giganti erano, nella mitologia greca, dei mostruosi figli della terra che diedero la scalata all'Olimpo per detronizzare gli dei, ma furono fulminati da Giove.

Giargiani: riferito a chi adopera un linguaggio incomprensibile, straniero. E' voce relativamente recente, che ha subìto modifiche, e che ora è ampiamente in disuso (io l'ho sentita soltanto da mia madre e dalle mie zie, rivolte ad un loro fratello, zio Gigino). Probabilmente è voce corrotta, derivata da Viggiano, paese del potentino: fino alla prima guerra mondiale, nel centro sud era uso, da parte dei commercianti, spostarsi per comprare vettovaglie; la parlata, anche se meridionale, era poco comprensibile, per cui, per indicare chi usava un linguaggio strano, si ricorreva al termine “giaggianisi”, metafonetico di viggianese. Il termine è tornato in uso, ma per breve tempo, dopo lo sbarco degli alleati, nella seconda guerra mondiale, dal nome di George, con cui venivano chiamati i soldati americani, che chiaramente parlavano inglese, incomprensibile per le popolazioni locali: da “giaggiani” a “giargiani” il passo è breve.

Gilusìa: gelosia. Dal latino “zelotypia”, a sua volta dal greco “tzelos”, zelo, emulazione, invidia, gelosia. Bisogna notare che per i greci ed i latini non esisteva alcuna differenza sostanziale tra l'invidia e la gelosia, in quanto due facce dello stesso sentimento.

Gira e bòta: in un modo o nell'altro, gira e volta.

Girajìditu: giradito, patereccio.

Giramìjentu: capogiro, senso di svenimento, vertigini. Da un tardo latino “gyrus”.

Giravìti: cacciavite. Da “gyrus” e “vitis”.

Giravùotu, giramijentu: vertigine, capogiro. Stessa etimologia.

Girijàre:  andare a spasso, andare in giro, gironzolare, ma anche rovistare, frugare, ispezionare. Dal greco “ghiureuo”, vado attorno, giro, cerco (Archiloco, VI° sec. a. C.)

Giudéju: uomo perfido, traditore, miscredente, anche usuraio. Dal latino “iudaeus”, a sua volta dal greco “joudaìòs”.

Giurgiuléra: sesamo, pianta coltivata per l'estrazione di semi ( di solito neri) utilizzati nel pane o nei dolciumi. Dall'arabo “gulgulan”.


Giurgiulera.

Gliànna: ghianda. Dal latino “glans”.

Glianna.
Gliàstra: olivo selvatico, oleastro. Dal latino “oleaster”. da “olea”, oliva e desinenza “aster” con senso peggiorativo. Era un albero molto caro ai Greci, perché con i rami facevano delle corone che davano in premio ai vincitori dei giochi olimpici.


Gliastra.

Gliéfa: zolla di terra. Dal latino “gleba”, a sua volta dall'osco “glefa”; “agri gleba”, un pezzo di terra (Marco Tullio Cicerone, I° sec. a. C.).

Gliommarìjddhru: involtino di intestini avvolti come un gomitolo. Diminutivo, dal latino “glomus”, a sua volta dal greco “glia” (resina collosa) e “glicomai”, essere avvolto, attaccato (Erodoto).


Gliommarìjddhru.

Gliòmmaru: gomitolo, ma anche pasticcione, arruffone. Dal latino “glomus”.

Glìru: ghiro. Dal latino “glis”.

Gliuttìre: inghiottire, ingoiare. Dal latino  “in glutire” (da “gluttus”, gola).

Gliuttùnu: boccone. Stessa etimologia.

Gloriàre: dal latino “gloriari”, con un significato diverso dall'originale: indicava il suono delle campane il giorno di Pasqua, a gloria della Resurrezione di Cristo.

Gnà: titolo che si dà alle donne, probabilmente dopo sposate, se il nome proprio inizia con una consonante (gna Francisca); se inizia per vocale, si usa gnura (gnura Amalia). Ambedue derivano da “signora”. Dal latino “senior”.

Gnìmmi gnàmmi: Voce onomatopeica. Si dice di persona flemmatica, indolente, pigra.

Gnimàre: imbastire. Probabile derivazione da “in”e dal greco ”chijma” (sommità).

Gniziòne: iniezione. Da un tardo latino “iniectio”, derivato da “inicere” (gettare dentro).

Gnògna (gnegna): Vocabolo ormai in disuso. Si dice di persona che ha una grande mente, un gran cervello, enorme conoscenza. Dal latino “cognoscere” (conoscere, sapere, osservare).

Gnògno: che fa lo gnorri. Probabile dallo spagnolo “nono”, balordo che fa finta di non sentire. Oppure, per una sorte di contorsionismo, potrebbe derivare dal greco "gnorizo" (conosco, so), a cui era stata apposta una "a" privativa (agnorizo), caduta in seguito per aferesi.

Gnòstru: inchiostro. Dal latino “encaustum”, a sua volta dal greco “ènchauston” (Euripide, V° sec. a. C.); in origine riguardava una tecnica di scrittura, ed anche di pittura, con colori sciolti nella cera fusa e riscaldati al momento dell'utilizzo.

Gnùra: signora. Dal latino “seniora”.

Gòi: oggi. Dal latino “hodie”, forma contratta di “hoc die”. “Chini simmina gòj, un po' cogli dumani”: ogni cosa a suo tempo.

Gòrgia: gola, condotto tracheale. Da un tardo latino “gorgula”, o da un antico francese “gorge”.

Gramàre: gridare forte dal dolore, lamentarsi, guaire (detto del cane). Dal germanico “gram”(dolore). Oppure dal latino "clamare" (lamentarsi).

Grammòfanu: grammofono. Adattamento dell'inglese “gramophone”, composto dal greco “gràmma” (segno inciso) e “foné” (suono).

Gràna: soldi, quattrini. Era una antica moneta napoletana, in uso fino al 1820, quando fu introdotta la decimalizzazione. Fino a quel tempo nel Regno  di Napoli le monete erano le seguenti: Piastra (1), pezzo di grande valore; Tarì (6); Carlino (12); Grana (120); Tornese (240); Cavallo (1440), cioè ci volevano 1440 Cavallo per fare 1 Piastra. Per inciso, io posseggo una moneta da 6 Tornesi del 1799, rinvenuta mentre zappettavo “l'uortu da Cava”.

Granàtu: frutto del melograno. Dal latino “grana malus punica”. o dal greco "granaton".


Granatu.

Grancitu: rancido. Il termine è riferito soprattutto alle sostanze grasse (olio, suzu, salsiccia). Dal latino “rancedum” derivato dal verbo “rancescere”. Talvolta è riferito anche ad un comportamento scorretto, in tono ironico.

Granéra, granàru: granaio. Dal latino “granarium”.

Grànnina: grandine. Dal latino “grando”; “nives grandinesque”, neve e grandine” (Marco Tullio Cicerone, I° sec. a.C.).

Grannìzza: grandezza. Dal latino “grandis”.

Granza: cruschello che rimaneva separato dalla farina dopo la molenda del grano. Era adoperata per fare i “frisiddhri”. Dallo spagnolo “granzas” (vagliatura). Un po' stirata la derivazione da un tardo latino “grandia” (cosa di grande dimensione) che dovrebbe comunque sottintendere la farina.

Graspulu: grappolo d'uva spogliato dagli acini. Dal francese provenzale “raspa”.

Gràsta: vaso da fiori. Dal greco “ostracon”; più propriamente era un insieme di cocci di vaso in terracotta, frammenti su cui i cittadini scrivevano il nome di chi, per attività pericolosa, doveva essere mandato in esilio; introdotto in Atene da un certo Clistene, contro il cittadino che attentava alla libertà delle istituzioni, occorrevano 6000 “ostrachon” per metterlo al bando (Aristotele); un'altra etimologia possibile è la derivazione dal latino “gastra”, a sua volta dal greco “gaster”, ventre, stomaco, forse per similitudine di forma.

Grastapurcéddhra: norcino, colui che sterilizza la scrofa. Dal latino  “castrare” e “porcum”.

Grastàre: evirare. Stessa etimologia.

Grastiéddhru: rastrello. Dal latino “rasterellum”.

Grassìzza: pinguedine, grossezza. Dal latino “crassities”.

Grattacàsa: grattugia. Dal germanico “kratton”, (tedesco odierno “kratzen”), per il tramite di un tardo latino volgare “cratare” e dal latino “caseus”.

Grattàre: grattugiare, sfregare la pelle per il prurito, raschiare un oggetto, rubare di nascosto. Stessa etimologia; “mi staj grattann'a capa ppì vidi cum'àia fà”, sto cercando una soluzione al mio problema.

Gravùnu: calabrone. Dal latino “crabro”.


Gravunu.

Grégna: covone di grano. Dal latino “cremium”, a sua volta dal greco “georgheo” (riunire in fascio i prodotti della terra). “Parma 'mbusa, gregna gravusa”, se piove prima di Pasqua i prodotti della terra saranno più abbondanti.


Gregni.

Gresta: (vocabolo suggerito da Peppe Grispino). Era una bevanda particolare che si produceva verso il mese di luglio, spremendo gli acini acerbi dell'uva, dal sapore molto aspro, dissetante e di non elevato valore alcolico. Probabile etimologia  dal latino “agrestis”, selvatico, rustico, aspro.

Grìda: propalare una notizia, una nomea. “A' fatt'ìj a grida”, ha detto in giro che.

Griddhréttu: grilletto, anche termine volgare per indicare il clitoride. Diminutivo di “gryllus”.

Grìddhru: grillo. Dal latino “gryllus”, a sua volta dal greco “gryllos”.

Grifuugliu: agrifoglio. Dal latino “acer” (acuto) e “folium” (foglia).

Grifuugliu.
Grìgna: ira, superbia, disdegno, broncio. Dal francese “guigner”.

Grignu: termine in disuso. Era un piccolo ciuffo di setole sul dorso del maiale, molto ricercato dal calzolai per farne dei pennellini. Deriva da un tardo latino "crinium", da "crinis" (chioma, capigliatura).

Griminsuru: dal latino "ager, agri", campo, terreno e "mensior", misuratore. Era quello che si occupava della ripartizione delle aree, la confinazione, il ripristino e le rettifiche di confine. Come titolo di studio, è esistito fino alla riforma Gentile del 1931, quando il termine, e l'istituzione scolastica, è stato sostituito da geometra.

Grìspi: piega, parte rattrappita, ondulata. Dal latino ”crispus”. “Ari grispi”, espressione volgare e canzonatoria che vuole indicare un arrivederci.

Grisùommulu: specie di mele. Dal greco “crisòmelon”, mela cotogna (Plinio, I° sec. d. C.), formato dall'unione di due termini “khrisos” (d'oro) e “melon” (frutto), cioè frutto dorato. Si fa un po' di confusione tra i frutti: mi sono accorto che alcuni Autori (in questo caso non uso ironia, non li definirò dilettanti allo sbaraglio), identificano questo termine con l'albicocca. Ora l'albicocca è “u pircochi”, dal latino “persicum praecoqua”, oppure dal greco “praicòchion”, o dall'arabo “albacurq”; mentre la pesca è “a lisbergina”, dall'arabo “alberchigia”. Ritornando “aru grisuommulu”, l'etimologia di un vocabolo va inserita in un contesto storico, o nelle leggende che avvolgono quel contesto. Esiodo, scrittore greco del VI sec. a. C., nell'unica opera intera che ci è pervenuta, la Teogonia, sostiene che il frutto in questione era simbolo di fecondità, e, prima delle nozze, gli sposi ne mangiavano per assicurarsi figli numerosi. Narra la leggenda che le Esperidi, bellissime ninfe che custodivano un giardino incantato, avevano soprattutto il compito di sorvegliare un albero che si trovava al centro del giardino, e che portava frutti color dell'oro, il melo cotogno. Esiodo chiama questo albero “crisòmelon”. Hic satis, una volta per tutte.


Grisuumulu.
Grògna (vrogna):  naso grosso. Da un tardo latino “grunium”, muso del maiale.

Gruara, gruaj: nome di un uccello, Averla maggiore meridionale. Nell'espressione “stà facijnni com'a gruara”, si indica un comportamento attendista per trarne un qualche beneficio, forse da attribuire alle abitudini di questo uccello che si nutre di piccoli rettili e, in caso di abbondanza di cibo, nasconde le prede tra i roveti e le spine. La derivazione possibile è dal latino “gruarius” (sparviero), ed il nome è passato all'averla per le sue abitudini feroci.


Gruara.
Gruddhruliari: scuotere con forza, abbacchiare i frutti di un albero ( per esempio, le olive o le noci). Da un antico francese “crouller” o “crodler”, vocabolo forse derivato dal latino “corrotulare o crotulare”, a sua volta da un antico greco “ecchrouo”, far cadere scuotendo.

Gruguléju: barbagianni. Indica anche persona sciocca, indolente. Dal greco “goùrgoulas”, da probabile voce onomatopeica “glu glu” dal verso che fanno questi animali.


Gruguléju.

Gruminiàre: ruminare, masticare lentamente, ma anche ripensare con ripetuta ponderazione  Dal latino “ruminare”.

Grùngiu: storpio, zoppo. Dal latino “extruncare” (mozzare, storpiare). “A' ca vo ìj grungi”, che tu possa diventare storpio. Mi sembra divertente l'ipotesi fatta da sedicenti cultori del dialetto, che fanno derivare il termine dal latino “crucio” (crocifiggere, ma anche tormentare, torturare); non c'è nessuna assonanza tra la crocifissione e l'impedimento agli arti inferiori.

Grupàre (grùpu): bucare, perforare, Dal greco “trupao” e “trupon” (termini omerici, Odissea); “u grupu d'u culu”, ano;  “liegnu grupu grupu”, legno tarlato. Oppure, la derivazione è dal latino “scrobis” (buca, fossa), con caduta della “s” iniziale.

Grùttu: rutto. Dal latino “ructus”, participio passato di “ructare”, frequentativo di “rugere”.

Grùuppu: nodo. Dal germanico “kruppa”.

Guàddhrara: ernia (addominale o inguinale). Dall'arabo “wàdara”. Potrebbe derivare anche dal greco “kàllè”.

Guaddhrarùsu: portatore d'ernia, ma anche uomo insipido, insulso, sciocco. Stessa etimologia.

Guagliùnu: ragazzo. Di etimo incerto; forse dal latino “galeo”, dipendente dal latte, che ha ancora bisogno del latte materno per crescere, a sua volta dal greco “gàla”(latte). Ipotesi alternativa potrebbe essere la derivazione da un tardo latino “galione”, mozzo sulle galee. “Sabbatu Santu vijni fuijnni/cà i guagliuni stani ciangijnni/vani sbattijnni a capa aru muru/cà vuùni fatti pupiddhri e cuddhruri”.

Gualànu: contadino al servizio di proprietari di bestiame, bifolco. Da un tardo latino “bubalanus” (guardiano di bufali), oppure dal greco “bous”, bue e “elaunein”, spingere, guidare, dirigere (termine omerico). Forse, la derivazione è un po' più complessa. Potrebbe derivare dall'arabo “gulam” (giovane servitore), ma in Sicilia, terra di dominazione araba, questo termine non esiste; oppure da un longobardo “waldanus” (guardia campestre), ma non andrebbe d'accordo con il significato del termine; infine, dal francese provenzale “galan” (garzone, servitore) vocabolo attestato nel 1300. Secondo Corrado Alvaro: “gualano, o galano” significa soltanto colui che lavora a pari e patta, da uguali (aequalanus), ed è parola che si ritrova nell'area dei dialetti meridionali, dall'Irpinia alla Calabria, ed ha terminato col significato di bifolco.

Guàlu: uguale. Dal latino “aequalis”.

Guantéra: vassoio su cui si dispensano il caffè o i dolci. Dal germanico “want”.

Guappijàre: fare lo smargiasso. Stessa etimologia di “guappo”.

Guàppo: bravaccio, spavaldo, sfrontato, millantatore. Dallo spagnolo “guapo” (bello, tronfìo, vistoso), oppure dal francese antico “guape” (teppista). Queste due primitive ipotesi ( che cito ad onor del vero), mi sono parse poco attendibili: dopo attente ricerche, mi sono imbattuto in un latino classico “vappa”, che, per mutazione metaplasmatica si è trasformato in “guappa” (come, per esempio “voglia in gulìu”). Il termine “vappa” è usato da vari scrittori latini per indicare un vino svanito, andato a male; però, sia Catullo che Orazio (ambedue del 1° sec. A. C.) lo usano nel significato di buono a nulla, cattivo arnese, degenerato, prevaricatore.

Guarniménti: voce ormai in disuso. Erano gli ornamenti in cuoio e gualdrappe colorate con cui si abbellivano cavalli e carri. Come un sogno indistinto, ricordo alcuni funerali in cui il feretro avanzava su una carrozza così corredata. Dallo spagnolo catalano “guarnimente”, oppure dal germanico “guarnjian”.

Gùatta: voce ormai in disuso. Ovatta, da un latino medievale “wadda” o dal francese “ouate”.

Guccijare: piovigginare, scendere a goccia. Dal latino “gutta”.

Gùddhru: si dice di animale non fertile, ma anche persona stupida, scontrosa. Dal greco “chòlos”, mutilato, incompiuto, impedito (termine omerico, Odissea).

Gùglia: ago allungato, in uso per cucire le fodere del materasso. Dal    latino “acucula”.

Gùglia: pesce commestibile del bacino del Mediterraneo, con becco allungato simile ad un ago (belone belone acus).

Gùglia.

Gugliarulu: piccolo recipiente in creta, o metallo, per contenere l'olio. Dal latino “oleus”.

Gugliera: termine in disuso. Era un astuccio, anche un pezzo di stoffa a mo' di guanciale piccolo, che i sarti usavano per riporvi gli aghi da cucito. Dalla voce latina “aguglia” (ago), con il suffisso “arius”.

Guizzari: gridare, urlare, strillare. Dal latino “queror”, attraverso il participio “questus” (emettere lamenti, gemere, stridere).

Gulìja: desiderio (generico, ovvero riferito alle donne durante la gravidanza). E' una forma tardo latina, “volia”, dal verbo “volo”.

Gulìju: macchia epidermica (di solito un emangiona) che  si crede dovuta ad una voglia della gestante. Stessa etimologia.

Gumìddhra: camomilla. Da un tardo latino “chamomilla”, a sua volta dal greco “chamaimelòn”, mela piccola al suolo, per l'odore dei fiori simile a quello di certe mele.


Gumiddhra.

Gumijàre: versare, gocciolare, colare. Dal greco “chommi”, gomma, resina vischiosa biancastra che cola dalla pianta potata (Ippocrate, V° sec. a. C.); anche in arabo “ckome”.

Gùmitu: gomito. Dal latino “cubitus”.

Gùmmule (vummule):  grande brocca, orcio di terracotta, fiasco di creta. Dal greco “bombiliòn”, letteralmente vaso gorgogliante, nel versare il liquido, dal collo stretto (Ippocrate. V° sec. a. C.).

Gummulu.

Gunchiàri: gonfiare, ma anche sopportare a stento, di controvoglia, sbuffare. Dal latino “cum flare”  (con fiato).

Gunchiatìna: piccolo gonfiore, tumefazione. Stessa etimologia.

Guntàre: ungere, cospargere, spalmare di materia grassa. Dal latino “ungere”.

Gunu: uno. Dal latino “unus”. “Gunu ni fa e cijnti ni penza”: riferito a chi non porta a compimento alcuna cosa. “A morta i gunu, salvazzioni i n'atu”: morte di uno, salvezza per l'altro (riferito a chi traeva vantaggio da una disgrazia altrui).

Gunuòcchiu: ginocchio. Dal latino “genuculum”.'”U bbeni cà ti vuugliu à l'anima e àll'uucchi, a malanova ari ghinocchi”.

Guoògliu: olio. Dal latino “oleum”.

Gùrdu: sazio, pieno, poco socievole, satollo. Potrebbe derivare dal latino “gurdus” (balordo, stolto, ma anche grasso, succulento), oppure dal francese “gurge” (gola, cacciare in gola, riempirsi lo stomaco).

Gustu: gusto, soddisfazione. Dal latino “gustus”. “Mangia a gustu tuu e vesta a gust'i l'atri”: mangia secondo il tuo gusto, ma vesti a gusto degli altri.

Guxxiàre: soffiare.  Dal latino “sub flare”.

Guxjarùlu: soffione, canna di metallo per soffiare nel fuoco, per attizzarlo o ravvivarlo. Stessa etimologia.

Guxxiulàru: parte grassa sotto il collo del maiale, giogaia del maiale salata. Dal latino “buccula”.


Guxxiulàru.

Guscàre: bruciare, pizzicare, prudere, scottare. Dal latino “ustulare”.

Guschénte: piccante, riferito al peperone. Stessa etimologia.

Gùtta: goccia. Dal latino “gutta”; “gutta cavat lapidem”, la goccia scava la pietra (Tito Lucrezio Caro, I° sec. a. C.).

Guttàle (guttéra): grondaia. Stessa etimologia.

Guttiari: gocciolare. Dal latino “gutta”.

Guucchju: occhio. Dal latino “oculus”. “'Un tena manghi l'uucchi ppì ciangi”: non ha neanche gli occhi per piangere (è in una condizione di estrema povertà).

Guurtu: orto. Dal latino “hortus”. “Vigna e guurtu vuunu l'uomini muurti” (per ottenere qualcosa di buono dalla terra bisogna lavorare tanto).

Guzzijàre: andare in caldo (riferito ai cani). Forse onomatopeico da un vocabolo greco “cutzi”.

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