lettera f - Tarsia dialetto

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F

La “f” ad inizio parola non presenta particolarità; in posizione intervocalica e come nesso “nf” si trasforma in “mp” (mpurnare, mpilare, mpusu).

Faccifòra: termine in disuso. Finzione, simulazione, ipocrisia. Dal latino “facies foras”.

Faccifrùnte: di fronte, di faccia, dirimpetto. Dal latino “facies in fronte”.

Faccinnìjeru: faccendiere, trafficante. Dal latino “facienda” (cose da farsi), gerundivo neutro plurale di “facere”.

Faccitùostu: sfacciato, sfrontato, impertinente. Dal “facies tosta”.

Facìglia: scintilla. Dal latino “focilis”, diminutivo  derivato da “focus”.

Facìgliu: falcetto. Dal latino “falcicula”.

Facinniàre: faccendare, sbrigare, essere occupato in varie cose da sbrigare. Voce verbale dal gerundivo neutro plurale, dal latino “fàcere”.

Fàffu: vezzeggiativo affettuoso con cui si chiama un fratello. Onomatopeico da “frater”.

Fàglio: detto del gioco di carte (tressette): privo di carta del colore di quella che sta in gioco, oppure scartare una carta al proprio turno di gioco. Dal latino “fallere” (mancare), attraverso il suo intensivo “fagliare”; in spagnolo “fallar”.

Fait: pugno, cazzotto. Dall'inglese “fight” (lotta, contesa, zuffa).

Fajìddhra: scintilla. Dal latino “favilla”.

Falagona:  falena, farfalla notturna, che appartiene allo stesso ordine dei lepidotteri, ed è di dimensioni più grandi, con colori che variano dal marrone chiaro striato al beige, comunque meno variopinti delle farfalle diurne. Posso supporre l'etimologia del termine: forse deriva da due vocaboli greci "phalòs", chiaro, lucente, e "ghoné", generatore, origine. Quindi, in senso traslato, animale che si dirige verso una fonte, una sorgente luminosa. In effetti la falena è attratta dalla luce delle lampadine, che simula quella del sole al tramonto, o della luna. Il problema è che sono disorientate, ci volano attorno e qualche volta ci vanno a sbattere.


Falagona.

Falascina: pianta erbacea perenne, dallo stelo duro e tagliente. Termine in disuso. La bonifica della Media Valle del Crati fu progettata nei primi anni del 1900, interrotta durante la Seconda Guerra Mondiale, ripresa parzialmente nel ventennio fascista e completata intorno agli anni 1950. Inizialmente, nei territori prima paludosi, furono costruite delle casupole, composte di due sole stanze, utilizzando materiali poveri, come i mattoni in creta e paglia, e il tetto di canne, che consentiva una buona aerazione ed un ottimo isolamento termico; queste canne erano legate insieme dagli steli della “falascina” (cladium mariscus), pianta che cresce spontanea in zone palustri. Il suo uso era anche indirizzato alla fabbricazione di sedie, per ricoprire damigiane e fiaschi di vetro, come strame per gli animali, o anche come combustibile. Credo che l'etimologia del termine sia da ricercare nell'unione di due vocaboli, uno latino “falx” (falce) e l'altro greco “ichsòs” (usato come aggettivo: tenace), quindi “falxichsòs” perciò “tenace, forte, affilato come una falce”, data la peculiarità delle sue foglie di essere molto  taglienti.


Falascina.

Falìjeru: detto di uovo andato a male (barlaccio), ma anche nel senso di persona  malaticcia, debole, incapace a procreare per sterilità. Probabile derivazione dal latino “fallere” (mancare,  venir meno, indurre in inganno).

Falòppa: paglia, o rami minuti che si danno agli animali, festuca. Erano anche le foglie di miglio, seccate ed usate come pagliericcio. Anche millantatore, uomo vano (ghè 'nu falupparu). Da un latino volgare “faluppa”(immondizia).

Fanaticàrìa: ricercatezza di un comportamento, nel vestire, chi si appassiona al di là del bisogno in una opinione. Dal latino “fanaticus” (ispirato, consacrato che non può essere contraddetto) a sua volta dall'etrusco. Ha acquistato il significato attuale soltanto verso il 1700, forse di importazione francese.

Fanfarùnu: spaccone, millantatore, smargiasso, vanesio. Dallo spagnolo “fanfarron”, a sua volta dall'arabo “fanhar” (loquace, leggero, incostante, anche arrogante). Anche in francese “fanfaron”.

Fangòttu: pacchetto, involto di roba. Dal greco “fàchelos”, un insieme,  un fascio di cose (Tucidide, V° sec. a. C.), o dal francese “fagot”.

Faraséju: persona falsa, infingarda, ipocrita. Dal latino “pharisaeus”, ma anche dal greco “farisaios” e dall'aramaico “parjsaya”.

Farfarìjeddhru: persona indecisa, volubile, instabile. Da farfalla, “papiliunculus” in latino, oppure dall'arabo “farfar”.

Farfòglia: balbuzie. Dallo spagnolo “farfullar”, di probabile origine onomatopeica (chiacchierare senza farsi capire).

Fasciatùru: fasciatoio. Dal latino “fasceola”.

Fascìna: fascio di frasche. Dal latino “fascis”; “sarmentorum fascis”, un fascio di rami secchi ( Cornelio Sisenna, I° sec. A.C.).

Fàscinu: malia, influenza malefica, ma anche attrazione e seduzione. Dal latino “fascinum”. In origine, anche per collegamento con il termine greco “vhaskanìa” (calunnia, malìa, incantesimo), si credeva fosse un influsso malefico, tramite lo sguardo, o segni, o parole magiche, rivolto verso i bambini, o i pastori di un gregge, tale da provocare malattie. Probabilmente era una giustificazione sovrannaturale per gli inconvenienti patologici provocati dalla povertà e dalla miseria. Vedi anche “affascinare”.

Fasùulu: fagiolo. Dal latino “faseolus”.

Fatta: pedata, orma, traccia di selvaggina.  Probabile derivazione da “terra fracta” (terreno spezzato, segnato), oppure da “facta”.

Fattu: nel senso di fatto, ma anche di maturo. Dal latino “factus” (compiuto).

Fattùra: stregoneria, malia, incantesimo. Dal latino “factura”.

Fàucia, fauciùnu: falce, roncola. Dal latino “falx”.

Fàuda: gonna, veste, anche lembo del mantello. Dal germanico “faulda”; “sta jittanni i faudi”, si sta avvolgendo il mantello per uscire, o per andare via. Oppure dal greco "fadion", tessuto.

Fàuzu: falso, bugiardo, ingannatore. Dal latino “falsus”.

Favarìjttu: fava usata per il foraggio. Dal latino “faba”.

Favuriti: espressione di cortesia, talvolta solo formale, di accettare ciò che viene offerto. dal latino "favere" (essere propizio).

Féddhra: fetta, porzione, ritaglio, striscia. Dal latino “findere”. Ipotesi alternativa, la derivazione dal latino “offella”, diminutivo di “offa” ( boccone, pezzo di focaccia, striscia di alimento).

Féle: fiele, ma anche amarezza, rancore, collera. Dal latino “fel”; “amor est  melle et fele fecundus”, l'amore è pieno di gioia ed amarezza (Plinio Secondo I° sec. a.C.).

Féra: fiera, mercato. Da un tardo latino “feria” (festa, giorno festivo, vacanza); per antica usanza, i mercati si tenevano nei giorni di chiusura (“vacantia”) degli esercizi pubblici, oppure nelle ricorrenze di feste religiose, quando i contadini potevano recarsi in città.

Fermatùra: serratura. Dal francese “fermeture”.

Fetere: puzzare, meleodorare. Dal latino “foetere”.

Fézza: feccia, residuo, deposito, sedimento, ma  anche persona spregevole, abietta, vergognosa. Dal latino “faex”.

Fica, figa: termine volgare per indicare l'apparato genitale femminile, forma dell'espressività popolare; anche donna sessualmente attraente. Il termine era già presente nella lingua greca, “sykhen” (fica), con lo stesso significato, ed utilizzato da Aristofane (450 a. C. circa – 385 a. C. circa) nelle proprie commedie; a tal proposito, nella sua commedia Lisistrata, ha coniato un termine nuovo, “sykhofantéo”, mostrare la fica: la protagonista, per spezzare la spirale di una guerra senza fine tra le varie città della Grecia, propone lo “sciopero sessuale della fica”, fino a che gli uomini non avessero smesso di uccidersi fra di loro (“te la mostro, ma non te la do”).  Si tratterebbe di un calco dal greco attraverso un tardo latino.

Ficaniàna: fico d'India. Dal latino “ficus indiana”, perché importato dalle Indie Occidentali, cioè dall'America Centrale.


Ficaniana.

Fìcu: fico (albero). Dal latino “ficus”; “ti salutu ped'i fichi”, per indicare un'opera non compiuta, non portata a buon fine. Le varietà di fichi presenti nel territorio di Tarsia sono diverse: "a citrulara", dalla forma di un piccolo limone;  " ottata", usato soprattutto per l'essiccazione; "a nivureddhra", sorta di fico nero con polpa rossastra; "culumbra"; "minutiddhra", con frutto molto piccoli; "virnili", che maturano a fine ottobre (privintivi), o anche oltre la metà di novembre (pusturivi o natalini).

Fiddhriàre: fare a fette, tagliare, dividere. Dal latino “findere”.

Fiddhriare: guardare di sottecchi e con insistenza, sogguardare, squadrare fino a determinare fastidio nella persona osservata, anche tranciare giudizi malevoli. Dal latino “figo” attraverso il suo participio passato “fictum”: oppure dal greco “fiullitso”, sfrondare, e, come traslato, tentare di mettere a nudo.

Fiddhruràzza, fuddhruràzza: ferula, erba perenne delle ombrellifere. Dal latino “ferula”. E' sostantivo derivato in dialetto dall'aggettivo “ferulacea” (fatto di canne, simile alla canna).

Fiddrhrurazza.

Fiddhrurìtu: fungo che nasce alla base della ferula (“fiddhrurazza”), il pleurotus erijgi.

Figna a: finché, fino a, usato come avverbio o come congiunzione di scopo. Dal latino “fine”. “Vizi'i natura fign'ara morta dura”: vizio di natura dura fino alla morte.

Figuréddhra: santino, figurina. Dal latino “figura”.

Fìjchi: toponimo di località. Termine ormai in disuso. E' compreso sull'altura tra Lauro e Casarini, alla sommità di via S. Giuliano. Il vocabolo mi ha messo un po' in difficoltà. Probabilmente è voce di origine germanica, da collegare al longobardo “fihu”, con il doppio significato di possedimento, proprietà, e bestiame; oppure di origine gotica “fehon”, usufrutto, godimento. Io credo che fosse una parte di territorio dato in concessione, una sorte di comodato d'uso, però con l'obbligo di prestazione e tributi.

Fijrru: ferro da stiro, anche arnesi e attrezzi da lavoro fatti di ferro. Dal latino “ferrum”, fatto di ferro, perché in latino il ferro da stiro è “complanator”. “Vatt'u fijrru quanni ghè caudu” (batti il ferro quando è caldo).


Fijrr'i stiri.

Fìjtu: puzza, fetore, cattivo odore Dal latino “foetor”.

Filàru: fila di alberi, oppure frutta secca infilata. Dal latino “filum”.

Filéra: fila di legni nel terreno per sostegno alle piante ( di solito alle viti). Stessa etimologia; anche in spagnolo catalano “filera”.

Filicata: specie di cacio fresco, formato da latte rappreso e non salato, che si metteva su stuoie di felce. Dal latino “ex filice”.

Fìlice: felce. Dal latino “filix”.

Filunu: usato nell'espressione “fari filunu”, cioè marinare la scuola, assentarsi, bigiare. Voce derivata dal latino “filum”, filo, da cui il verbo italiano filare. Oltreché pettinare, cardare, ha anche il significato di allontanarsi, correre velocemente, scappare. Quest'ultimo senso, così come l'espressione “fari filunu”, è stato mutuato da termini marinareschi: il filare di una nave era il viaggiare per tot miglia in ciascuna ora, e la velocità era misurata da una corda, o un filo, suddiviso in nodi, ciascuno dei quali rappresentava un miglio.

Fimminàru: dongiovanni, donnaiolo. Dal latino “foemina”.

Fimmineddhra: gay, omosessuale.

Fimminùna: donna di tutto rispetto, signora saggia. Dal latino “foemina”.

Finammò: fino ad adesso, finora. Dal latino “fine quomodo”.

Fìnca: fino a che, fino a quando, per tutto il tempo che. Dal latino “fine quoad”.

Finizzi: raffinatezza, accuratezza, precisione nel condurre un lavoro, anche atto di cortesia, di premura. Dal francese “finesse”.

Finùocchiu: finocchio, pianta. Dal latino “feniculum”. Anche termine volgare per indicare un omosessuale. Su quest'ultimo significato, posso fare solo delle supposizioni. Potrebbe derivare, per assonanza fonetica, dal latino “fenus cum culo”, guadagno, profitto derivato dalla mercificazione del culo. Oppure dal fatto che nel Medioevo gli omosessuali, al pari delle streghe e degli eretici, erano mandati al rogo, e per attenuare l'odore acre di carne bruciata si usava inserire tra la legna delle fascine di piante aromatiche, soprattutto di finocchio selvatico, pianta che cresce spontanea ai lati delle strade.

Firràina (furraina): farraggine, mescolanza di erbe diverse, per pasto del bestiame, ma anche disparata moltitudine di cose o persone. Dal latino “farrago”; “crassa farragine crescere corpus equis”, nutrire il cavallo con sostanziosa mistura di erbe (Virgilio Marone, I° sec. d.C.).

Firrìgnu: ferrigno, forte, resistente, robusto. Dal latino “ferreus”.

Firrittìnu: ferretto che sostiene i capelli. Stessa etimologia.

Fiscéddhra: cestello di giunco o di canna in cui i pastori mettono la ricotta. Dal latino “fiscella”; liquor casei in fiscillas transferendus est”, la ricotta  deve essere portata nei cestelli (Giunio Columella, I° sec. d.C.).


Fisceddhra.


Fisckìa: vasca ripiena d'acqua che si utilizzava soprattutto per lavare i panni. Dal latino “fistula” (condotto d'acqua, canale, tubo). La differenza tra “cibbia” e “fisckìa”, che sono sinonimi, ambedue contenitori d'acqua, consiste nel fatto che la prima è una vasca murata per l'acqua piovana, la seconda una vasca, con un condotto di entrata e di uscita, per l'acqua sorgente. Con il tempo la sottile differenza tra i due termini si è persa.


Fisckìj i Carianni (Foto di Claudio Zazzaro).


Fìscinu: corbello di forma allungata, intrecciato con rami di salice, che si adatta ai due lati del basto per il trasporto del raccolto di campagna. Dal latino “fiscina”. Per curiosità, anche Fisco, erario dello Stato, ha la stessa etimologia.


Fiscini.

Fisciuula (visciuula): malattia delle pecore, che si manifesta con emorragie nasali o buccali. E' dovuta ad un verme, un trematode parassita del fegato. Dal latino “fasciola”, piccola fascia, cosiddetta perché dall'uovo del verme si sviluppa sotto forma di benda allungata.

Fìsc(k)u: fischio. Dal latino volgare “fisculare”, derivato da “fistula” (con molti significati: canna, zampogna, flauto, esofago, sfiatatoio delle balene).

Fìssa: organo sessuale della donna. Dal latino “fissa” (spaccata, divisa).

Fissarìa: atto, comportamento, parole da sciocco, sconsiderate; anche cosa trascurabile, di poco conto, da nulla, inezia. Dal latino “fessus”.

Fissìare: scherzare, prendere in giro, canzonare, anche pavoneggiare, fare il cicisbeo, probabilmente dall'unione di due verbi latini “findo” e “fingo”, cioè dividersi e imbellettarsi, adornarsi.

Fissiatùru: persona scherzosa. Stessa etimologia.

Fìssu: imbecille, sciocco, usato come ingiuria o in tono di scherno. Dal latino “fessus”, in origine aveva il significato di stanco, affaticato, spossato. “Fà 'u fissu ppùn'jì ara guerra”, fare il fesso per non andare in guerra (si dice di uno che fa finta di non capire, che, di fronte a situazioni che richiederebbero impegno ed applicazione, si defila adducendo pretesti vari).

Fitùsu: sporco, schifoso, puzzolente, sordido. Dal latino “foetor”.

Flìttu: termine relativamente recente e ormai in disuso. Era un insetticida dal nome commerciale “flit”, proveniente dagli Stati Uniti ed introdotto in Italia dopo la seconda guerra mondiale; era specifico per le zanzare del genere anofele (per es. della malaria) ma veniva usato per tutti gli insetti. Ritirato dal commercio perché molto dannoso e sostituito con il DDT. Il motivo musicale che lo reclamizzava alla radio è stato utilizzato anche nel film di R. Zemeckis “Chi ha incastrato Roger Rabbit”.


Flittu.

Foja: furore, libidine, eccitazione sessuale. Dal latino “furia”, per mutazione di “uria” in "oja”.

Fònta: pozzanghera. Dal latino “fons”. A Tarsia, con questo vocabolo, si intende non solo la fonte, ma anche la pozzanghera che si forma attorno ad una sorgente d'acqua, o la pozza dell'acqua piovana. “Acqua sorgenta, cià vippit'u serpent, cià vippit'u figli'i Ddiu e mò cci vivi puri ghij” (frase suggerita da Maria Grazia Grispino): credo che fosse una formula per indicare che, se a quella fonte hanno bevuto cattivi e buoni, l'acqua è senz'altro potabile.

Fòra: fuori, in campagna. Dal latino “foras”.  L'etimologia è diversa dall'italiano “fuori”. Mentre in dialetto la derivazione è dal latino “foras”, che indica un moto a luogo, in italiano l'origine è “foris”, stato in luogo: questo perché la vocale finale “i” ha permesso la dittongazione in “uo” (fuori), mentre in dialetto, per la presenza della vocale finale “a”, la tonica “o” (fora) non ha subìto cambiamenti. Piccola, sottile differenza, ma sono, comunque, termini collaterali. Vorrei aggiungere un piccolo particolare sul collegamento tra il tarsiano di una volta e il latino: “né gòi, né crai, puuzz'ì fora” (tarsiano antico); “nec hodie, nec cras, possum ire foras” (latino).

Foraffàscinu: fuori da ogni malia, incantesimo, influenza malefica, come sincero apprezzamento. Dal latino “foras fascino”. Vedi "affascinare".

Fòrbici: forbice. Dal latino “forfex”.

Fòrchia: tana. Come cataforchia. Dal greco “foleo”. Un' altra derivazione possibile è dal latino “Forculus”, che presso i Romani era un dio minore, protettore degli accessi, delle porte, in genere dei luoghi chiusi. Oppure, sempre da un tardo latino “forcula”, passaggio stretto.

Forficijàri: parlare male di qualcuno, anche tagliare con forbici. Nel primo significato, vedi “proffijciare”; nel secondo, voce verbale dal latino  “forfex”.

Fòrgia: fucina, officina del maniscalco. Dal francese “forge”.

Fracaniàre: rompere, ridurre in piccoli pezzi, in frantumi, fracassare. Dal latino “frangere”.

Fracàssu: frattazzo. Da un tardo latino “frictare”.

Fracca:  una grande quantità; da un tardo latino “fragicare”, frequentativo di “frangere”, nel suo participio passato.

Fracchiàta: premuta. Dal latino “frangicare”, frequentativo di “frangere”.

Fràccùommutu (fraccòmitu): persona che se la prende con calma, con comodo, indolente, svogliato. Dal latino “facere commodum”.

Fràcicu: fradicio, guasto, andato a male, decomposto. Dal latino “fracidus”. “Sì nà paglia fracica”, sei uno che vale poco o niente.

Fraciniàre: eseguire piccole incombenze, svolgere piccoli lavori. Dal latino “facere”.

Fragaglia: cose piccole e minute riunite in modo confuso. Dal latino “frangere”.

Fràncu: nel gioco delle carte, essere padrone di quel palo. Da un tardo latino “francus” (libero, coraggioso).

Frandisìne: tela di lino molto sottile, portato a mo di mantelletta o scialle dalle donne. Proveniente dalle “Fiandre”.

Frangiàre: graffiare. Dal latino “frango”; oppure dal francese “frange”, attraverso il suo significato di cosa frastagliata.

Fràsca: ramoscello con foglie. Da un tardo latino “frasca”, a sua volta da “fractum”, participio passato di “frangere”, nel senso di ramoscello rotto, staccato dall'albero.

Frascatula: polenta di farina di miglio. I grani di miglio vengono macinati il più finemente possibile; in una pentola si versano 1500 cc di acqua (un litro e mezzo), si sala e si porta ad ebollizione, si aggiunge a pioggia la farina di miglio, circa 300 gr, si fa bollire per più di mezzora, girando con il mestolo (questo è importante, perché i granuli devono totalmente affinarsi). Si versa nel piatto, condita con pezzetti di formaggio, o con ricotta. In alternativa, o insieme, si possono aggiungere anche pezzettini a dado di salsiccia, o si può condire con ragù di carne. Credo che l'etimologia derivi dal latino “fractata”, (cosa tritata, macinata, pestata), frequentativo di “frangere”, unito con il verbo latino “fracesco” (diventare molliccio). Marco Gavio Apicio, ricco gastronomo romano, di cui ho avuto modo di scrivere a proposito della “scapicia”, ci dà una ricetta simile, chiamata da lui “pulticola fractatia”, preparata però con farina di farro, che i legionari romani portavano con sé, e che cucinavano sotto forma di polenta.


A frascatula.

Frascùnu: macchia, piccola radura di alberi, anche piccola capanna di frasche per la caccia ai volatili. Stessa etimologia.

Frassata: termine in disuso. Coperta grossolana per letto di tessitura piuttosto ruvida. Dallo spagnolo catalano “frazada”.

Frassilittùnu: specie di coperta da copricapo, coprispalle delle donne. Dallo spagnolo “frazada”.

Fràssu: zona agricola del paese, cosiddetta per la probabile piantagione di frassino. Dal latino “fraxinus” a sua volta dal  greco “frasso”, assiepare con alberi di frassino (termine omerico).

Fràtta: anfratto, cavità nel terreno. Dal latino “fractus”, participio passato di “frangere”.

Frattàma: insieme di interiora di animali maciullati, oppure anche oggetti, rifiuti, cocci sparsi qua e là. Sostantivato da “frangere”.

Fravicàre: costruire, fabbricare. Dal latino “fabricare” (fare un mestiere, lavorare in officina).

Fravetta: termine in disuso. Beccafico, uccello simile alla capinera. Dal francese “fauvette”.


Fravetta.

Fravularu: chiacchierone, chi racconta balle. Attinente a “fabula”.

Fravulerjìa: cosa di poca importanza, inventata, ciancia, frottola. Attinente a “fravula”, derivata dal latino “fabula”; altra etimologia possibile è la derivazione latina di due termini “parvulus” e “vilis”  (piccolo e di poco valore); “fabula sine auctore sparsa, diceria di poca importanza senza fondamento (Anneo Seneca, I° sec. d.C.).

Fréccia: fionda. Da un antico francese “fleche”, da un normanno “flitsche”. Le migliori erano di legno d'ulivo; si tagliava un ramo biforcuto, da cui si asportava la corteccia, e si riscaldava alla fiamma; alle due estremità si praticava un'incisione per contenere meglio l'elastico, due strisce di camera d'aria rossa per bicicletta, che venivano annodate con dello spago ad un pezzo di tomaia per scarpe. I sassi migliori erano quelli rotondi.


A freccia.

Frésa (frisìddhra): ciambella tagliata in due parti e cotta di nuovo al forno, come un biscotto. Dal latino “fresum” (rotto, tritato, macinato), participio passato di “frendere”. Oppre dal greco "frix" (biscotto).


Frisiddhra, pummadora e gugliaruulu (foto fornita da Maria Grazia Grispino).

Fréva: febbre, anche bolla da Herpes simplex. Dal latino “febris”.

Fricacumpàgni: detto in tono scherzoso a chi cerca di imbrogliare gli amici.

Fricàre: fregare, strofinare, avere rapporti sessuali con donna (in senso di spregio o di vanteria maschile), ingannare, truffare, infischiarsene, tirare. Dal latino “fricare”, strofinare (Petronio, 1° sec. d. C., usa il termine  con il significato osceno, nel suo capolavoro letterario, il Satyricon, in cui denuncia i comportamenti lussuriosi e sfrenati degli arricchiti di Roma: come fanno i corpi durante l'atto sessuale). “I cuggini frichin'nprima”, i parenti prossimi che attentano alle ragazze. L'espressione "si ccì frica" è usata per non attribuire eccessiva importanza a possibili conseguenze di un'azione; "ci'ài fricata na petra apparrume": gli ho lanciato contro un sasso; "frica a tti movi": sù, sbrigati; "e mò ti cci frichi": peggio per te.

Fricàta: gran mangiata di qualcosa, anche ingannata. Stessa etimologia; “tà vò f'a fricata”, hai da fare con questo una gran mangiata.

Frichìgnu: un po' imbroglione, che tenta di fregare. Stessa etimologia.

Friculiàri: inquietate, molestare, importunare, infastidire. E' usato, comunque, in tono scherzoso. Probabile derivazione dal latino “frigutio” (lagnarsi, borbottare, ma anche cinguettare se riferito agli uccelli). Altra etimologia possibile, da un francese provenzale “vricon”, persona dai costumi maliziosi.

Friculiari: mangiare a piccoli pezzetti, a briciole, a frammenti. Dal latino “fricare”, nel suo significato di sminuzzare, dare luogo a residui. Potrebbe anche derivare da un latino medievale “vrisiare”, a sua volta dal gotico “vrikian”, rompere spezzettando, specialmente se riferito al pane.


Frìddu: freddo, privo di calore. Dal latino “frigidus”.

Frijiri: friggere. Dal latino “frigere”.

Frijòla: pustola da vaccinazione contro il vaiolo. Da un tardo latino “variola”, derivato da “varius” (variegato, chiazzato, screziato).

Fringuliàre (fringiuliàre): ridurre a piccoli pezzi, sminuzzare. Dal latino “frango” (sminuzzare, stritolare, sfarinare).

Frischjiàre: diventare fresco, ma anche prendere il fresco, mettersi all'ombra. Dal germanico “frisck”.

Frisiddhra: cialdella tagliata in largo. Dal latino "fressus", participio passato di "frendo" (frangere, sminuzzare).

Frissùra: padella. Dal latino “frixura”.

Frìttuli (frittulìjddri): pezzetti di carne, lardo e cotenna bolliti nello strutto, ciccioli. Dal latino “frìgere”, attraverso un suo derivato "frictulare".

Frivàru: febbraio. Dal latino “febrarius”. Nel calendario romano era l'ultimo mese dell'anno, dedicato ai rituali della purificazione, tenuti in onore del dio Februus e della dea Febris.

Frivìli: bolla sulle labbra da Herpes simplex. Da “febris”.

Fròcio: termine d'acquisto dal dialetto romano. Omosessuale.

Fròsperu: fiammifero, zolfanello. Dal latino “phosphorus” (per via della capocchia).

Frungìddhrichi: piccoli pezzi della cotenna del maiale. Sostantivo probabilmente derivato dall'unione di due verbi “frango” (fare a pezzi) e “frigére” (coagularsi, raffreddarsi).

Frùnna: foglia. Dal latino “frons” (ramoscello con frasca).

Frùsciu: molle, cascante, privo di consistenza, vizzo. Dalla spagnolo “flojo”.

Frusciu: rumore continuo, sibilante, leggero. E ' un deverbale dal latino “frustiare”.

Frùsculu: bambino un po' irrequieto, anche cucciolo di animale. Dal latino “ferusculus”, diminutivo di “ferus”. Una derivazione alternativa potrebbe essere “flosculus” (fiorellino). “Flosculus vitae”, giovinezza ( Valerio Catullo, I sec. a. C.).

Frustìjru: forestiero. Dal francese “forestier”, a sua volta dal latino “foris”, e da un latino volgare “foristarius”.

Fucagna: piccolo vano della casa con focolare. Da “focus”.

Fucàra: pietra focaia. Dal latino “focus”.

Fucaruulu: termine in disuso. Era un sacchetto di pelle, di non so quale animale, in cui si riponeva l'acciarino e, all'occorrenza, anche il denaro. Dal latino “focareolus”, derivato da “focus”.

Fucàticu: focatico. Termine in disuso. Era l'imposta di famiglia applicata in luogo dell'imposta sul valore locativo; nel medioevo era la tassa riscossa sul “fuoco”, o famiglia, qualunque fosse il numero dei componenti della stessa. Dal latino “focus”.

Fuculàru: focolaio, caminetto. Dal latino “foculus”.

Fucùne: a detta di mio nonno paterno“mastu Riccardo”, era il foro da cui si accendeva la carica delle armi da fuoco. Dallo spagnolo “fògon”, probabilmente da “fuego” (fuoco).

Fùddhra: folla, moltitudine di gente. Voce sostantivata dal verbo tardo latino “follare”, premere, circondare, oppure dal francese "foule", a cui corrisponde anche lo spagnolo "folla".

Fùddhra: covile, tana, covo, ricovero di animali. Dal greco “pholea”.

Fuddhrùnu: covile, piccola tana, giaciglio di animali selvatici. Dal greco”folea”, permanenza nella tana di animale in letargo (Aristotele) o dal francese “fourer”.

Fujìre: fuggire. Dal latino “fugere”, a sua volta dal greco “fugo”.

Fujùni (ara fujunu): in fretta, di gran corsa. Dal latino “fugere”.

Fujùta, fujitìna: fuggita. Atto con cui due innamorati, contrastati dalle rispettive famiglie, mettevano i genitori davanti al fatto compiuto; ne seguiva il matrimonio riparatore. Dal latino “fugere”.

Fulìjina: fuliggine. Dal latino “fuligo”.

Fùngia: niente, o anche membro maschile, è usato anche come termine ingiurioso, uomo sciocco, stupido. Dal latino “fungus”.

Fùngiu: fungo. Dal latino “fungus”. “Cà vò fa 'i fungi”, che tu possa marcire come i funghi.

Fùnnere, funna: scolare, perdere liquidi da un recipiente. Da “fundus”.

Funnijària: gabella relativa ai beni immobili. Dal latino “fundus”.

Fùnnu: fondo, parte inferiore di qualcosa. Dal latino “fundus”; “fundus maris”, il fondo del mare (Curtio Rufo, I° sec. d.C.).

Fùnnu: fondo. Dal latino “fundus” (suolo, podere, possedimento, terreno); “fundus Tuscolanus”, il podere di Tuscolo (Terenzio Varrone Reatino, I° sec. a.C.).

Funtàna: fontana. Da un tardo latino “fontanus”, in origine era la sorgente.

Funtanàru: addetto alle fontane, anche idraulico. Stessa etimologia.

Fùocu miu: povero me, me misero, me sciagurato Dal latino “focus meus”. E' una esclamazione di stato d'animo; talvolta, vi è un seguito, “chì m'à capitatu!”.

Fùrca, furcéddhra:  forca da grano, forcella. Dal latino “furca”.

Furcìna: forchetta. Diminutivo di “furca”. Ma i romani non usavano la forchetta, il cui uso è invalso dal XIV° secolo, importato dalla Francia, per cui l'etimologia prossima sarebbe il francese “fourchette”, derivato sempre dal latino “furca”. Il suo utilizzo, con la conseguente diffusione del termine, è stato a lungo osteggiato dalla Chiesa, che la riteneva oggetto demoniaco, poiché induceva al peccato della gola. Prima sulla tavola dei nobili e dei cortigiani, soltanto verso la fine del 1600 iniziò a diventare un oggetto comune; fino alla metà del 1800, lo strumento era a due rebbi soltanto. Grazie all'intuizione di un ciambellano di corte di re Ferdinando II di Borbone, il numero fu aumentato a 5 rebbi, sembra per poter avvolgere meglio gli spaghetti ed i vermicelli, di cui il sovrano era goloso.

Furcùne: grossa forca per la paglia. Da “furca”.

Furfé: prezzo globale, convenuto in blocco per un servizio reso. Dal francese “forfait”.

Furgiàru: maniscalco, fabbro. Dal francese “forgeron”. In Normandia si trova un piccolo paese, Forges, che al tempo dei Romani si chiamava "Fabricae", in cui si lavorava il ferro. Per un contorsionismo fonetico, proprio dei francesi, il nome è stato cambiato in "fabricae - favcrae - farge - forges”. Però anche in Grecia, chi lavorava il ferro per uso da guerra era detto "xifurgos" (Eschilo VI° sec. a. C.).


U furgiaru (Luigi Vitiritti, emigrato in Argentina. Foto fornita da Maria Grazia Grispino).

Furitànu: contadino che abita fuori. Dal latino “foris”; un'altra derivazione possibile è dal greco "foreo" (portare ed anche pagare un tributo).

Furìsi: contadino, pastore, pecoraio. Dal latino “foris” (che lavora fuori di casa, presso un furitanu).

Furmiculiàri: provare sensazione di formicolio. Dal latino “formicare”.

Fùrnere, furnùtu: finire, finito, compiuto. Dal latino “finire”.

Fùrnu: forno. Dal latino “furnus”. “Ami sciuddhrat'u furnu”, abbiamo avuto da ridire, abbiamo litigato.

Fùrra: grossa quantità d'acqua che scende con forza. Dall'arabo “hufra”. (fossa d'acqua); anche il longobardo “furha” (fossato profondo formato da acque correnti) potrebbe essere un'ipotesi etimologica alternativa.

Furzùnu: bastoncino di circa 15 cm utilizzato nel gioco della lippa (mazzola e furzunu). Probabile etimologia, dal latino “foris” e dal greco  “tsoos” (termine omerico), qualcosa che va lontano e distante in modo veloce. Il gioco consisteva nel far saltare in aria un corto bastoncino, “u furzunu”, battendolo con la “mazzola” ad una delle estremità appuntite e nel percuoterlo poi a volo per mandarlo il più lontano possibile; l'avversario, raccolto il bastoncino, doveva rilanciarlo con le mani per cercare di colpire la “mazzola” posta per terra; se vi riusciva, si invertivano i ruoli della battuta, altrimenti si contava la distanza dalla caduta alla battuta. I tentativi del lancio erano tre: “pizzichi, panichi e sazizza”.


Mazzola e furzunu.

Fuscìa, o vusìa (non ricordo bene): termine in disuso.  Era una buca in cui venivano stipate le foglie di gelso inservibili e gli escrementi del baco da seta, da utilizzare come concime. Dal greco "afousìa" (rimasugli, rimanenze, anche residui di escrementi).

Futticchj: usato nell'espressione “u pais'i futticchj”, il paese del bengodi, del dolce far niente.

Futtìre: fottere, avere rapporti sessuali, possedere carnalmente una donna, anche ingannare, imbrogliare, essere sopraffatto, anche infischiarsene. La relazione tra i due significati è che, come chi imbroglia ha un possesso sulla controparte, così nel rapporto sessuale si possiede il corpo altrui. Dal latino “futuere” (scavare percuotendo). “hic futuit multas”,  questo qui ha posseduto  molte  donne (Valerio Catullo, I° sec. a.C.); “Frica e futti”, imbroglia e fregatene; “'un bàla né ppì futti, né ppì fricà”, è un buono a niente; “futta e ciangi”: frega e lamentatene; “futtatinni”, fregatene, non dare peso: è un invito icastico a lasciar correre, rivolto a chi si preoccupa eccessivamente.

Fuùssu: fosso. Dal latino “fossus”, participio passato di “fodio”. Toponimo del paese. Poteva essere uno scavo naturale o artificiale sia per lo scorrimento delle acque, oppure uno scavo perimetrale disposto a difesa di un'opera fortificata, o anche un semplice avvallamento del terreno.

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